Categoria: Enigma

  • Quis es, tu, homo?

    «Πολλά τα δεινά κούδέν ἀνθρώπου δεινότερον πέλει» (Σοφοκλῆς, 442 a.C.)

    Molte sono le cose mirabili, ma nessuna è più mirabile dell’uomo. Così si apre il celebre primo stasimo dell’Antigone.
    Mirabile, sì, ma anche tremendo, inquietante. Sofocle utilizza δεινός (deinós) per descrivere l’uomo: un termine che custodisce una tensione difficile da sciogliere, una parola che, in greco, vibra tra poli opposti. Straordinario e inquietante. Prodigioso e terribile. Meraviglioso e temibile. Un valore che si perde nella traduzione italiana, che non possiede un equivalente pienamente adeguato.
    Da sempre l’uomo attraversa il mondo lasciando tracce del proprio passaggio: è δεινός perché dà forma al mondo forgiando tecniche, inventando linguaggi, innalzando città; ma è δεινός anche perché porta dentro di sé una forza che può smarrire ogni misura.
    Forse nessun’altra parola racconta meglio il mistero dell’essere umano. 
    Cura, consola, inventa. Domina, sfrutta, devasta. Nella stessa mano convivono il gesto che accarezza e quello che ferisce. Eppure ogni epoca sembra dimenticarlo.
    Oggi, mentre le macchine imparano, calcolano, prevedono e decidono porzioni sempre più ampie della nostra esperienza, la cultura classico-umanistica viene spesso richiamata in contrapposizione a quella tecnico-scientifica, come un modo per ritrovare orientamento di fronte alle trasformazioni introdotte dalla tecnica.
    Ma che cosa si intende davvero? Tornare ai classici? Rifugiarsi nel passato? Opporre qualche citazione antica alla velocità degli algoritmi?

    L’enigma del segreto
    «Tu, invero – disse guardandomi il Dati – da sempre impegnato a investigare le arti occulte e ad indagare nei misteri della natura, che pensi di questi, se possiamo chiamarli così, interpreti di cifre e rivelatori di segreti? Ti sei occupato forse della questione? Hai competenza in materia?” Io allora sorrisi e dissi: “`E probabile che tu, come primo segretario del Pontefice, debba qualche volta servirti della scrittura cifrata nel trattare quegli affari politici che intendi mantenere nella massima segretezza.» (Alberti, 1466, Kahn, Buonafalce, 1994)

    Leon Battista Alberti, uno degli esponenti più poliedrici dell’Umanesimo italiano (treccani.it*), appare come una figura difficile da racchiudere in una definizione: è architetto, matematico, filologo, scrittore, teorico dell’arte, inventore, uomo di corte, osservatore lucidissimo della natura umana. Più lo si studia, più sembra sottrarsi e sfuggire continuamente a un’identità precisa, senza coincidere completamente con nessuna di esse.
    L’uomo che progettava facciate governate da rigorose proporzioni geometriche e cercava l’armonia nell’architettura, ha dedicato le proprie riflessioni anche all’arte di occultare i messaggi. In questo senso, il disco cifrante sembra allora assumere un valore che va oltre la sua funzione tecnica, diventa parte dello stesso sguardo con cui Alberti guarda il mondo: il desiderio di dare forma e misura al reale, sapendo però che nulla si lascia mai chiudere del tutto in una forma definitiva.
    Il segreto non elimina l’enigma, ma lo affina: lo custodisce, senza esaurirlo. Diventa quasi una metafora dell’uomo stesso, non come codice da decifrare, ma come testo continuamente eccedente ogni sua possibile traduzione. Mai del tutto trasparente, mai definitivamente leggibile, attraversato da significati che mutano a seconda dello sguardo che lo interroga. 

    Sostare di fronte alla complessità senza pretendere di dissolverla
    «Le grandi opere che studiamo non debbono portare ad alcuna adulazione dell’uomo, bensí costringerci a comprenderne la drammatica complessità.»  (Cacciari, 2019)

    Non c’è un rimedio, non c’è un ritorno. Il richiamo all’Umanesimo (dal punto di vista filologico) riguarda, dunque, ciò che continua ostinatamente a sfuggire a ogni semplificazione, quella zona inquieta dell’esperienza umana che non si lascia decifrare. Significa riconoscere, dietro i volti sempre nuovi della tecnica e della storia, le stesse domande fondamentali sull’essere umano.
    L’«Umanesimo tragico»  (Cacciari, 2019), guarda l’uomo senza indulgenza e senza condanna. Non lo idealizza. Lo osserva, lo guarda nella sua verità più dura. Ciò che vede non è una creatura armoniosa, riconciliata con se stessa. Vede un essere inquieto, che non riesce a fermarsi, che cambia continuamente forma, progetti, desideri, ma che rimane sempre attraversato dalla stessa irrequietezza. Non risolve queste tensioni, ma le riconosce come costitutive dell’umano.
    δεινός. Meraviglioso e terribile. 
    Incapace di traduzione, incapace di quiete. Come se portasse dentro di sé una domanda senza risposta. Costruisce solide fondamenta e sogna un altro orizzonte. Conquista una certezza e subito la interroga. È questa tensione che lo rende fragile, la stessa che lo rende capace di creare. La sua inquietudine genera continuamente distruzione e bellezza.

    Abitare la domanda
    «Quis es, tu, homo?» Chi sei, tu, uomo? Chi scegli di essere? (Cacciari, 2019)
    La questione attraversa i secoli. Plauto la poneva sulla scena. Alberti la ritrovava nelle pieghe inquiete dell’esistenza. Noi continuiamo a incontrarla, ogni volta che crediamo di avere finalmente decifrato noi stessi.
    Non trovare una risposta definitiva, ma continuare a interrogarla. Siamo «nos interrogantes» (Cacciari, 2019), coloro che continuano a domandare, che nella risposta non si fermano, ma si perdono e si ritrovano.
    Le macchine non rispondono alla domanda, la rilanciano. Sono nate dalla stessa inquietudine che ha generato linguaggi, città, teoremi e racconti. Le inventiamo per superare un limite e scopriamo che ogni invenzione apre una nuova soglia.
    Come sostiene de Kerckhove «siamo le continue creazioni e ricreazioni delle nostre stesse invenzioni». Guardando le macchine, dunque, non incontriamo qualcosa di estraneo. È possibile scorgere, sotto forme sempre nuove, l’enigma di ciò che siamo.


    *Fonte: treccani.it/enciclopedia/leon-battista-alberti-e-l-umanesimo-volgare-in-italia_(Storia-della-civilt%C3%A0-europea-a-cura-di-Umberto-Eco)/ Data di conslutazione: giugno 2026