«Un racconto eschimese illustra così l’origine della luce: “Il corvo che nella notte eterna non riusciva a trovare cibo desiderò la luce e la terra s’illuminò”.
Se c’è veramente desiderio, se l’oggetto del desiderio è davvero la luce, il desiderio di luce produrrà la luce. C’è veramente desiderio quando si compie uno sforzo d’attenzione. Si desidera davvero la luce quando non c’è alcun altro movente. Quand’anche gli sforzi d’attenzione rimanessero per anni apparentemente sterili, verrà il giorno in cui una luce a essi esattamente proporzionale inonderà l’anima. Ogni sforzo aggiunge un poco d’oro a quel tesoro che nulla al mondo potrà carpire.»
Simone Weil, 1941-1942
Esiste una quotidianità che non si lascia modellare dal sogno, una realtà con cui è impossibile negoziare. Ci resta accanto, ostinata nelle sue contraddizioni e imperfezioni, chiedendoci non di dominarla, ma di apprendere il suo linguaggio.
Così impariamo ad abitarla, a piegarci senza spezzarci, a trovare un equilibrio, mentre un cuore fasciato continua a sanguinare in silenzio. La vita continua a scorrere, il mondo conserva i suoi colori, eppure dentro qualcosa resta sospeso nel fragile spazio tra la luce che desideriamo vedere di nuovo e l’oscurità che continua a diffondersi.
Il volo trattenuto
C’è una poesia di Gershom Scholem in cui un angelo saluta. Il gesto è compiuto, la sua ala è già tesa verso il volo. Una sola cosa resta intatta: la facoltà di scegliere se restare o andarsene.
Walter Benjamin riceve quella poesia in dono e ne trattiene l’immagine, trasformandola in una delle figure più dense della sua riflessione sulla storia.
Il suo angelo, però, non si congeda. Ha il volto rivolto al passato. Vorrebbe fermarsi, destare i morti, ricomporre l’infranto, sostare almeno un istante davanti alle rovine che si accumulano sotto il suo sguardo. Una tempesta, però, lo investe da dietro, si impiglia nelle sue ali e gli impedisce di chiuderle. Così viene sospinto verso un futuro a cui volta le spalle, senza che possa scegliere: né fermarsi né tornare.
La differenza tra i due angeli non sta in ciò che guardano, sta in ciò che possono. Uno decide, l’altro è deciso. Uno si muove, l’altro è mosso. E proprio qui la domanda ci raggiunge, ogni volta che sentiamo la vita scorrere con un’intensità che non riusciamo a restituire: siamo dentro o siamo fuori? Siamo davvero parte della storia che ci attraversa?
L’equivoco del ritorno
L’angelo guarda le rovine. Vorrebbe rimettere insieme i pezzi. È una tentazione immediatamente riconoscibile: tornare a una versione già accaduta, trattenerla come se custodisse una chiave. Forse era là il senso. Forse basterebbe ritrovare il punto in cui qualcosa si è spezzato, ricucire i margini, restituire alle cose la loro forma.
La ricomposizione è un lavoro che si compie da soli, rivolti a ciò che non risponde. Dove nulla più si muove, nulla può più sorprenderci.
Ciò che non è ancora accaduto non ha memoria. Chiede un gesto diverso: restare.
Guardare ciò che c’è abbastanza a lungo da non costringerlo subito a significare qualcosa. Lasciare che il pensiero perda la presa, che rimanga disponibile, esposto a ciò che non aveva previsto.
Non sapere ancora, tuttavia desiderare. Una curiosità verso ciò che il presente, se ascoltato abbastanza, potrebbe contenere.
Essere trascinati non è ancora andare
La tempesta di Benjamin era il progresso. Oggi ha altre sembianze, è diventata accelerazione. Avanza con tre velocità che si inseguono e si alimentano a vicenda: quella tecnica, quella del mutamento sociale, quella del ritmo di vita (H. Rosa, 2015).
Il paradosso è noto e non smette di sorprenderci: abbiamo costruito strumenti per risparmiare tempo, eppure il tempo guadagnato sembra non appartenerci mai. Ogni guadagno di velocità viene riassorbito e la promessa di respiro si converte in aumento di ritmo.
Nondimeno la conseguenza più profonda risiede nella contrazione del presente (H. Lübbe, 1975): si accorcia l’intervallo entro cui le esperienze del passato restano valide per orientare il futuro. Le competenze scadono prima di essere padroneggiate, i legami si riconfigurano, i mondi cambiano più in fretta di quanto riescano a sedimentare.
Il passato smette di essere una guida, senza che, per questo, il futuro diventi leggibile. Restiamo in mezzo, sospinti da qualcosa che non abbiamo scelto, dentro una trasformazione che ci riguarda intimamente e che riceviamo a frammenti. Schegge di un movimento troppo grande per entrare interamente nel nostro campo visivo.
Nessuno possiede il punto di vista dall’alto da cui la città diventa mappa (M. De Certeau, 1980) e la riva è scomparsa, non esiste più un punto fermo da cui guardare (H. Blumenberg, 1975). Siamo dentro ciò che cerchiamo di comprendere, eppure, allo stesso tempo, ne siamo estranei.
Accade allora una cosa curiosa: proprio quando il movimento diventa più difficile da sostenere, lo sguardo si volta indietro. Non necessariamente per nostalgia, ma perché il passato è l’unica cosa che resta ferma abbastanza a lungo da lasciarsi contemplare. Voltarsi diventa un modo per non affrontare la velocità, una forma di sostare che scambiamo per fedeltà.
Sciogliere le ali
L’angelo di Benjamin non può chiudere le ali, perchè la tempesta vi si è impigliata. Non è la memoria a immobilizzarlo, è il fatto che le sue ali non gli appartengono più. Il movimento che ci resta, dunque, è riprendere possesso di ciò che ci muove.
La risonanza, quel rapporto in cui qualcosa ci raggiunge, noi rispondiamo e ne usciamo diversi, esige che l’esito non sia deciso in anticipo.
A quei frammenti sparsi che portiamo con noi dobbiamo qualcosa e quel debito non si estingue voltando pagina, si onora facendone materia. Il nostro compito è, dunque, raccoglierli e lavorarli con pazienza e cura, fino a dare a quella materia una forma capace di raccontarci. L’alchimia non restaura: trasmuta.
Verso la luce
Il futuro che prende forma potrebbe essere migliore di ciò che abbiamo perduto. Chiediamo al nuovo di somigliare al vecchio per poterlo riconoscere, ma tentare di leggerlo con l’alfabeto di ciò che è stato, non ci permette di cogliere questa possibilità.
La luce non arriva quando finalmente abbiamo ricomposto i frammenti, né quando abbiamo trovato una direzione sicura. Arriva mentre impariamo a guardare. Non è la ricompensa di chi ha capito, ma l’effetto di un’attenzione che non si è lasciata consumare dalla fretta.
In un tempo che vive della nostra distrazione, prestare attenzione è già una forma di scelta. Significa sottrarre qualcosa alla velocità, lasciare che un’esperienza abbia il tempo di raggiungerci, che una domanda rimanga aperta abbastanza a lungo da poterci cambiare. Significa essere dentro. Accettare di non avere il controllo della corrente e, tuttavia, non consegnarle interamente la direzione.
La libertà potrebbe stare proprio qui: non nello scegliere ciò che accade, ma nel potere ancora scegliere come starci. La presenza come antidoto all’accelerazione: la possibilità di restare abbastanza a lungo davanti a qualcosa perché smetta di essere soltanto un’immagine e diventi esperienza.
Il corvo desiderava la luce perché non riusciva a trovare cibo nella notte. Non sapeva ancora che desiderare la luce avrebbe significato anche imparare a cercarla, a riconoscerla, a sostenerne la presenza.
Così anche noi. Possiamo scegliere a che cosa dare attenzione, possiamo lasciare che qualcosa, ancora, ci raggiunga.
Troppa luce acceca, per questo la quantità di cui ne abbiamo bisogno non è quella che illumina tutto. È quella più fragile, che ci permette di vedere solo il passo successivo. Abbastanza per non tornare indietro. Abbastanza per continuare.